Clara Pastorelli sciamani di italiaL’insurrezione di Capitol Hill ci riguarda. Trump ci riguarda. Il populismo ci riguarda. “De te fabula narratur”, al cento per cento. La conferma è in questo. Dopo il mio editoriale di ieri (“Noi, l’America e l’ondata dei populisti”), Giorgia Meloni ha pubblicato un post sulla sua pagina Facebook. Nel testo (che trovate nelle pagine interne del giornale) la presidente di Fratelli d’Italia contesta in radice le mie tesi e mi pone alcune domande, alle quali rispondo molto volentieri. La prima contestazione riguarda la formula “Sciamani d’Italia”, che ho usato per definire le reazioni di Matteo Salvini e della stessa Meloni al quasi golpe di Washington. Il riferimento è all’ormai tristemente noto Jake Angeli, il “Trump fighter” vestito con pelli e corna di bufalo che ha guidato l’assalto al Campidoglio. «Cosa intende dire esattamente? Vuol fare intendere ai cittadini che siamo pericolosi perché potremmo assaltare le istituzioni in modo violento? Che siamo folklore? Che andremmo arrestati anche noi? Che siamo violenti, impresentabili, pericolosi? Che sarebbe bene oscurarci su Fb, Tw, Instagram?», mi chiede la leader della destra italiana. No, onorevole Meloni. Quando parlo di lei e di Salvini come degli “Sciamani d’Italia” non intendo affatto suggerire ai cittadini che siete pericolosi perché un giorno potreste inscenare un’altra Marcia su Roma. Non vi considero folklore, non voglio farvi arrestare o farvi oscurare sui social. Mi attribuisce intenzioni fasulle, e questo mi pare solo un modo per buttare la palla in tribuna. Se volessi limitarmi a una replica “facile”, le risponderei con una foto che ha fatto il giro del Web, e che abbiamo pubblicato sul giornale di ieri a pagina 3. Quella della signora Clara Pastorelli, assessore allo Sport di Perugia. Una militante di Fd’I, che sui social ha postato un selfie in cui si immortala con la pelliccia di bufalo e con la scritta “Forza Usa”. Evidentemente nel suo partito lo Sciamano Jake e i suoi simpatici golpisti hanno fatto proseliti.

Potrei chiuderla qui, ma voglio approfondire. La verità è che sono rimasto assai colpito dall’ambiguità del suo commento “in presa diretta” sul dramma americano di mercoledì scorso. Mentre migliaia di insorti irrompevano in Aula e negli uffici del Campidoglio, dopo che Trump li aveva incitati dicendo «ora incamminiamoci verso Pennsylvania Avenue… stiamo là, saremo selvaggi…») lei pubblicava il seguente tweet: «Seguo con grande attenzione e apprensione quanto sta accadendo negli Stati Uniti, mi auguro che le violenze cessino subito come chiesto dal presidente Trump…». Un’uscita reticente e fuorviante, a mio parere. Reticente, perché non dice che è stato proprio Trump a sobillare i suoi “patrioti”. Fuorviante, perché lascia intendere che Trump non sia l’istigatore del disordine, ma il restauratore dell’ordine. Mi sono chiesto subito: perché, mentre tutto il mondo condanna quella rivolta, la destra italiana fa tanta fatica a prendere le distanze da un presidente eversore? Ci vuole così tanto ad ammettere un errore di valutazione politica nei confronti di un Commander in Chief che si è rivelato bugiardo e, lui sì, pericoloso per la democrazia? Poi ho letto la lettera che ha scritto al Corriere della Sera sabato scorso, e tutto mi è apparso più chiaro. Lei sa bene quello che Trump ha fatto a Washington. Ma non prova alcuna riprovazione, semmai ammirazione! Altrimenti non si limiterebbe a rilavarsi la coscienza ribadendo che lei ha «condannato quelle violenze» (ci mancherebbe che non avesse fatto neanche quello). Altrimenti non scriverebbe «da presidente dei conservatori europei, partito che ha tra i propri affiliati anche i repubblicani, mi sento vicina alla loro visione politica e non ho fatto mistero di preferire Trump rispetto alla Clinton o a Biden…».

Diciamolo con franchezza. Questa linea (che io non condivido, ma poco importa) poteva legittimamente sostenerla “prima” dei fatti di Capitol Hill. Ma se continua a sostenerla anche “dopo”, di fronte a un presidente uscente che continua a parlare di «voto rubato», allora mi deve spiegare in che cosa voi Fratelli d’Italia siete diversi dai “patrioti” di Trump. Se neanche l’enormità di quell’atto sedizioso le fa preferire il presidente eletto, mi dica in che cosa vi distinguete dallo Sciamano Jake. Non solo. Nella sua lettera al Corriere c’è un altro passaggio che mi ha colpito. Per difendere l’indifendibile Trump dall’accusa di «non accettare il risultato elettorale» lei sostiene che anche la sinistra, come Trump, non rispetta la volontà popolare perché «da dieci anni governa in Italia pur non avendo mai vinto le elezioni». A me non interessa difendere la sinistra, di cui denuncio gli errori anche gravi da anni. Ma quello che lei scrive, oltre che inesatto, è anche inquietante. In qualche caso anche io, nelle crisi politiche di questi anni, avrei trovato più giusto tornare a votare. Ma se questo non è accaduto (come lei sa ma non dice) non dipende da una forza politica che ha occupato “manu militari” le istituzioni. Dipende invece dalla nostra Costituzione, che prevede che un governo stia in piedi finché c’è in Parlamento una maggioranza che lo sostiene. Dal 1948, queste sono le regole. Punto e basta. Dunque, onorevole Meloni, non le piacciono queste regole? Vuole rimettere in discussione la democrazia parlamentare? E come può sostenere che la sinistra tenta di «rovesciare Trump in qualsiasi modo, richiesta di impeachment compresa?». Anche l’impeachment, vede, non è un capriccio, ma una procedura prevista dai sistemi presidenziali e parlamentari. Se ci sono gli estremi, viene accolta, se no viene respinta. Ma sulla democrazia le chiedo ancora un chiarimento. In nome di Trump, contesta persino «la dottrina Obama-Clinton (e quindi Biden) di sostegno alle primavere arabe»? Vuol dire che lei non si indigna per la sommossa degli Sciamani d’America, ma si dissocia dai moti libertari dei giovani egiziani, tunisini, algerini, siriani, repressi anche nel sangue dai Rais di quei Paesi?

Potrei continuare. E chiederle conto di varie altre cose italiane per le quali a mio modesto parere non si indigna mai abbastanza (le intolleranze xenofobe che attraversano la Penisola, le intemperanze violente di certe frange neo-fasciste, le insofferenze malcelate verso alcune ricorrenze storiche del nostro Novecento). Ma mi fermo qui. Le do atto dello straordinario lavoro politico fatto in questi anni, per portare il suo partito a un livello di consensi mai raggiunto prima. Ma resto convinto che lei non sia ancora la soluzione per la nostra democrazia bloccata (come conferma la sua visione dei fatti americani), perché purtroppo fa ancora parte del problema. Il problema di una nazione che, dal crollo della Dc in poi, non ha mai conosciuto una destra “normale”, europea e conservatrice, ma solo destre anomale, populiste e sovraniste, radicali e illiberali, a-repubblicane e a-fasciste. E dunque capaci di gestire un territorio, una regione, un comune. Ma purtroppo inadatte a governare un Paese.

P.S. Le devo un’ultima precisazione: l’accostamento tra il “sentirsi di sinistra” e l’operazione Stellantis sinceramente mi sfugge. A meno che lei non mi veda come un bolscevico che abbevera i cavalli nelle fontane di San Pietro. In tal caso, faccia pure. Ma allora, a maggior ragione e con tutto il rispetto, consenta a me di vederla come la Sciamana Giorgia.

Articolo/editoriale di   per LaStampa.it

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